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giovedì, 17 dicembre 2009

Racconto di Natale






reindeer_by_Arahna

Sotto i boschi di pini e betulle, nel turbinio di neve che mescolava nuvole basse con l'orizzonte altrettanto bianco, stavo pescando sul lago ghiacciato con Pekka. Il buco, nello strato di parecchi centimetri si faceva con un grosso trapano, in meno di un minuto. Poi bisognava togliere i guanti, tuffare la mano nuda nell'acqua gelida e tirar fuori subito i pezzetti di ghiaccio, prima che si saldassero nuovamente imprigionando la lenza. Dove poteva nascere il mito di Babbo Natale, se non in quelle contrade isolate dal resto del mondo per più di sei mesi l'anno?


Immaginai elfi, gnomi, fate, mentre lavoravano alacremente per i nostri bambini. Succedeva in una casa di legno, di quelle che esistono solo nelle fiabe, mentre io le vedevo sul serio, girando lo sguardo intorno da Vaala ai boschi verso Kemi. E sapevo che ci si stava pure bene, con le stufe alimentate con buona legna profumata di resina. Un pesce abboccò allora, distraendomi dalle mie fantasticherie da turista. Era un pesce di san Pietro; il primo che avessi mai pescato. A prenderne almeno altri dieci ci si poteva fare una bella frittura.


Ecco lì la realtà, la lotta per la sopravvivenza, l'istinto predatore della razza umana. Eppure, non riuscii a trovare davvero il disincanto, in quel vento gelido e nello sforzo di resistergli. Capivo finalmente che essere persone significa sfidarsi, ma restare bimbi dentro, e godere di ogni nuova esperienza, persino dei geloni. Eravamo due uomini adulti inginocchiati nel ghiaccio nella luce tagliente del mezzodì. Uno, contento di essere nella sua terra, l'altro, felice di stare inaspettatamente a 3000 chilometri da casa.


Aveva senso? No. Aveva gusto. Quel che avrei potuto desiderare per Natale era proprio la lenza che tenevo tra le mani. E furono due, tre, fino a quindici i pesci che pescammo quella volta. Ogni pescatore immerso nei suoi pensieri, ma entrambi con un sorriso ingenuo stampato sulla faccia. Ero talmente entusiasta delle prede che avrei voluto restare ancora fino al buio. Pekka non era d'accordo; prudente e finlandese più di me, mi riportò sulla terra facendomi notare che la temperatura stava calando bruscamente e che eravamo lì da oltre due ore.


Chissà perché, mi sembrò che il suo sano realismo fosse rivolto anche alle mie fantasie su giganti buoni vestiti di rosso, che distribuiscono regali di notte, passando per i camini. Vabbé, avevo volato alto... capita! Comunque ero soddisfatto, con il pescato nella borsa di nylon bianco e la prospettiva di una bella cena con la radio in sottofondo. Fu allora che il branco di renne uscì dal bosco, tagliandoci la strada con passi lenti e maestosi. Il capobranco si stava dirigendo verso il Nord, come se sapesse bene dove doveva arrivare...








Carlo Alberto Turrini


Natale 2009





postato da: catpoet alle ore 00:15 | link | commenti (1)
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lunedì, 09 novembre 2009

Assolo






Nicola Drago guardò sconsolato la platea. Totale spettatori: uno. Il chitarrista non sapeva che, quella stessa sera, una famosa band internazionale si sarebbe esibita nelle vicinanze del paesino dove lui stesso stava per suonare. I ragazzi erano tutti là. Per un attimo, valutò la possibilità di restituire i soldi a quell’unico spettatore e di tornare a casa dalla sua donna, che di certo avrebbe gradito una serata romantica fuori programma. Ma la legge dello spettacolo dice che il pubblico è sacro, anche se formato da una persona sola. Salutò verso il buio della platea. Accordò la chitarra folk e decise che avrebbe suonato il meglio possibile, per regalare almeno un po’ di emozioni all’uomo occhialuto seduto in quinta fila. E vaffanculo il proprietario del locale, che lo aveva pregato di lasciar perdere per risparmiare le spese di riscaldamento e luce.







Ci fu allora un lungo silenzio, che si interruppe giusto prima di diventare imbarazzante. Poi, una arpeggio lieve e malinconico riempì l’aria, seguito dalla voce sommessa dell’artista che raccontava di un bambino innamorato dell’inverno, diffidente e fragile come solo le persone speciali sanno essere. Dopo, fu la volta di una canzone che parlava di innocenza perduta in un cinema, e di tante altre storie di gente qualunque. Nicola Drago non usava mai la parola amore. Preferiva parlare di sentimenti. Di affetto sconfinato, di meschinità, di invidia, di tenerezza e cattiverie. Ad un certo punto, gli parve che dal buio fosse arrivato un singhiozzo sommesso subito interrotto. Ma non stette a pensarci; lo spettacolo doveva continuare. Quella notte, si permise improvvisazioni mai sperimentate. Passaggi tonali decisamente audaci. Variazioni del canto che non sapeva di poter fare. Dopo due ore di canzoni interpretate con il cuore, si alzò dignitosamente e salutò il suo “pubblico”.



Quello rispose con un caloroso applauso. Ma non chiese alcun bis e guadagnò in fretta l’uscita.





I mesi seguenti trascorsero senza luci. Il cantautore Drago veniva chiamato abbastanza spesso. Però i committenti chiedevano che suonasse le canzoni di altri a matrimoni, feste di compleanno, rimpatriate tra amici. Sul far della primavera aveva quasi deciso di appendere la chitarra al chiodo.





La lettera arrivò verso le nove di un mattino d’aprile, seminascosta tra pubblicità e fatture. Era una bella busta gialla con stampato bene in vista il marchio di una grossa casa discografica. Meno male. Immaginò che lo volessero a suonare la chitarra nel disco d’esordio di qualche sbarbatello raccomandato.”la signoria Vostra è attesa presso i nostri studi alle ore 9.30 di giovedì 16 aprile. La preghiamo di confermare la Sua presenza telefonando al numero…..” Strano. Non gli avevano chiesto di portare lo strumento. Il giorno stabilito, un’ora prima dell’appuntamento, era seduto nel bar più vicino alla casa discografica. Ed aveva bevuto il terzo caffè. Guardava alternativamente l’orologio e l’ingresso della Q Disc, con la sensazione che il tempo si stesse allungando indefinitamente per tenerlo lontano dalla piccola fortuna capitatagli. Forse, avrebbe potuto entrare in anticipo, però non voleva dare l’impressione del morto di fame in attesa di un tozzo di pane. Finalmente, la lancetta superò la metà inferiore del quadrante, e Nicola Drago poté entrare per la prima volta in una vera casa discografica.







La segretaria alla reception era giovane, bella secondo standard, dotata di un leggero disprezzo appena dissimulato, che di certo riservava a tutti gli esordienti in attesa di una buona occasione. Cambiò espressione dopo aver letto la lettera. Allora, divenne persino gentile. Mentre lo guidava attraverso saloni e lunghi corridoi gli chiese se era mai stato lì e quale strumento suonasse. Infine, lo lasciò ad attendere fuori da un ufficio lussuoso oltre misura, con un caffè in mano e la sensazione di non essere davvero sveglio. Rimase seduto meno di due minuti. Dalla porta in mogano uscì una donna sulla quarantina, il cui viso faceva intuire una biografia intensa ed oscura. Lo fece accomodare alla scrivania e gli spiegò senza mezzi termini: “Signor Drago, Lei saprà bene che la nostra Casa discografica deve il novantacinque per cento dei suoi guadagni ad un genere che molti definiscono – merda commerciale-. Ciò malgrado, il nostro presidente sceglie, ogni tanto, un artista da lanciare solo perché piace a lui. Niente ricerche di mercato, né test di gradimento. Prima di farla entrare nel suo studio, vorrei congratularmi con lei. Signor Drago, quest’anno l’onore è suo.”





Le ginocchia del cantautore si erano fatte molli. Cercò di darsi un contegno, ricacciò in gola l’emozione che stava per montare e varcò la soglia. Dall’altra parte, lo attendeva l’unico spettatore di un concerto che aveva già dimenticato.



postato da: catpoet alle ore 13:01 | link | commenti (5)
categorie: racconti brevi
sabato, 03 ottobre 2009

Istruzioni di viaggio




Dato che solo il viaggio mi procura un po' di sollievo, dovrò andare in giro per l'Europa, rifugiandomi negli autogrill stranieri, che poi non son diversi dai nostri, ad osservare la gente mentre parla in modi strani. Essenzialmente, un esercizio da alieni o da entomologi. Caricare l'auto con qualche merenda, acqua, carburante, per mettere la freccia e fermarsi in capo al mondo. Intendo dove la Finlandia finisce e inizia il Polo. Attendere finché la stanchezza sia estrema. Fermarsi a dormire in qualche sperso hotel dotato di sauna e colazione da vichinghi. La sera è ovunque. Inizia alle due del pomeriggio. Tanto tempo per fare amicizia con la coppia del negozio di liquori. Che mi racconterà sorridendo dell'ubriacone capace di scolare almeno cinque bottiglie di vodka in tre ore appena, giusto per non dover tornare a casa, senza riuscire ad incontrare l'oblio che lo salverebbe dalla moglie, dai giorni uguali, dalle trappole preparate per se stesso.


Avrò una compagna. Spero, la stessa di ora. E insieme faremo fronte comune contro le avversità. Un guasto al motore o la tormenta che ferma anche gli alci. Tanto, con un coltello Marttiini e carne di renna secca si può resistere anche per settimane. La scelta della meta, del mezzo, del percorso, schiva volutamente i luoghi troppo affollati, come le balere spagnole o le isole calde (una lunga sauna fa meglio, credetemi). Anima sfilacciata in un corpo quasi decaduto, non cerco altro che la semplicità. Si può stare una notte attorno al fuoco, magari cantando tutti insieme con stonature e simpatia. Il paradiso, se non è lì, ci passa molto vicino. Ho avuto tutto già. Soldi mal presi e peggio spesi; per imparare che forse servono, ma solo se possiedi molto altro (l'importante è dentro).


Il sesso, certo, esperienze forti contigue alla follia. Quando era un modo di dimenticare, poteva piacermi. Ora non più. Attenti, che qui viene il bello. Sottraendo via via le cazzate che in passato sembravano essenziali, non son restato senza nulla. Ora sono dotato di una coscienza aguzza. Un alito di vento tra i rami carichi di neve mi emoziona al punto che poi lo ricordo per giorni. Un bacio, un solo bacio, sul piazzale della stazione, mi urla in gola che esiste davvero la felicità. Il passaggio da esperienza ad assuefazione a nausea può sbucare in un luogo invisibile, bianco. Visto da fuori, lo si chiamerebbe innocenza. Non la direi una definizione accurata, però è quella che rende meglio l'idea. E' una condizione iniziale, innata. Può tornarci chiunque. Anche partendo dalla fine di questo monologo bugiardo.

postato da: catpoet alle ore 22:49 | link | commenti (5)
categorie: frammenti, diario di viaggio
martedì, 08 settembre 2009

il peccato originale

 Il dubbio nutre l'ansia e la paura. Dilaga in territori che non conosci, benché siano tuoi propri. Anche se fossi ancora nell'Eden, ti spingerebbe a tentare altrove la felicità. Allora, il desiderio non è il peccato originale, perché se appagato ti fa addormentare nell'estasi. Il dubbio solo è un peccato autentico, e partorisce la tua umanità.
postato da: catpoet alle ore 21:16 | link | commenti
categorie:
venerdì, 04 settembre 2009

Che non si sappia mai



quanto è lungo il tuo gesto



quant'è profondo il tuo abisso



e micidiale il tuo sorriso
postato da: catpoet alle ore 21:06 | link | commenti (8)
categorie: minimalia
domenica, 19 luglio 2009

Il melo e il tempo

Dalla finestra vedevo l'orto ed il melo. Mentre facevo i compiti, ogni tanto buttavo un'occhiata fuori. Ero impaziente di uscire a giocare, come tutti i bambini. Se d'Inverno vedevo l'albero nitido, significava che avrei potuto andare a pattinare sui fossi ghiacciati. Quando invece lo vedevo sfumato a causa della fitta nebbia, pregustavo l'umidità che mi sarebbe penetrata sotto i cappottino frusto, fin nelle ossa, camminando da solo nei campi. Con la nebbia, non si poteva nemmeno giocare a calcio perché le porte diventavano quasi invisibili.


       Ed era ancor più difficile vedere il pallone di cuoio verniciato in grigio. Ma si usciva lo stesso a giocare. Sempre. Sotto il solleone di Luglio o nella pioggia autunnale. Non c'importava sapere delle botte che ci sarebbero costati i vestiti infraciditi, o strappati nel corso di una bella parata. A quei tempi, nessuno di noi pensava al sesso, salvo l'ovvio turbamento scatenato dalla visione casuale di una mutandina a quadretti sotto una gonna da studentessa. Certo, non 'cera soltanto la gioia monella, tra i ragazzini della mia banda.


       Talvolta dovevamo fare i conti con il pianto, la rabbia, la frustrazione. Ma non con l'ansia, mai. Quella arrivò anni dopo, con il trasloco in un anonimo palazzone di periferia. Allora si che il sesso acquistò importanza. Divenne ben presto un'abitudine quotidiana; l'unico gioco residuo di una stagione felice. Ed è ancora così. Quando faccio l'amore, torno a sentirmi un bambino che sperimenta la vita.

postato da: catpoet alle ore 17:41 | link | commenti (5)
categorie:
lunedì, 15 giugno 2009



MAI PAURA

postato da: catpoet alle ore 18:51 | link | commenti (3)
categorie: minimalia, minima moralia
martedì, 19 maggio 2009

Italico afrore

Prego che l'odore torni


da me, nei campi, nei viali


ovunque.


Accetto anche puzze


e sudori, ed umori.


Con quattro sensi soltanto


fatico a tirare il fine mese.


In debito di godimento nasale


chiedo continue dilazioni


alla banca del desiderio


dove le impiegate più belle


schiave di Chanel numero cinque


già mi guardano da sotto in su.
















 

postato da: catpoet alle ore 15:22 | link | commenti (6)
categorie: profumo
mercoledì, 22 aprile 2009

Angeli al Luna Park

A quel tempo

gli angeli li vedevo al Luna Park

vestiti di cotone stampato leggero

con un cerchietto d'osso nei capelli

e sorrisi sbarazzini disarmanti.

Cosa fosse una femmina

mi era ancora ignoto

ma la dolcezza dei lineamenti

era sufficiente a innamorarmi

per quanto, tale seduzione mistica

durasse giusto lo spazio

di un giro di giostra.
postato da: catpoet alle ore 18:13 | link | commenti (3)
categorie: poesia, amore
domenica, 22 marzo 2009

Sindrome da abbandono

Sei un bambino piccolo. Potresti avere due, tre o otto anni. Non importa. I tuoi ti portano dagli zii. Ufficialmente, si va a trovarli. E' normale che si vada a trovare i parenti. Quando arrivi, ti invitano ad andare a vedere le galline nel vigneto. Ci vai. Torni. Dei tuoi genitori nessuna traccia. Ti hanno lasciato lì e sono scappati come dei ladri. La volta dopo sei già avvisato. Cerchi quindi di non lasciare la gamba di tua madre. Ma la nonna, o la zia, ti strappano da quell'amato ormeggio e ti prendono in braccio, mentre ti divincoli come un forsennato. Esperienze simili ne hanno fatte tutti i bambini.


Capita, quando la mamma sta male e deve andare in ospedale. O in altre occasioni tristi. Diciamo che, mediamente, ognuno di noi l'avrà fatta dalle tre alle dieci volte. Io la feci decine di volte. Diciamo che non ero gradito. Ho cinquantuno anni da qualche giorno. Finora, non ero mai riuscito a capire perché mi capitava puntualmente di lasciare un lavoro o un amore senza alcun motivo. Tutto ciò nasce da un sogno fatto oggi pomeriggio. Ero in una casa di campagna. C'erano telefonini sparsi ovunque, alcuni vecchi o rotti. Ad un certo punto il mio si metteva a suonare. Allora, senza ragione, prendevo in mano un cellulare tanto decrepito da non avere più i simboli sui tasti e premevo un grosso tasto rosso. Il mio cellulare smetteva di suonare. Poi arrivavano mia madre e tanti altri parenti. Anche bambini. Erano nei campi intorno ma non li avevo notati prima. Salivano su una station wagon blu come quella di mia sorella. Si stipavano dentro. Mi dicevano che mi avrebbero caricato appena passato il cancello. Invece se ne andavano senza di me.

postato da: catpoet alle ore 10:45 | link | commenti (6)
categorie: psicanalisi fai da te