Prego che l'odore torni
da me, nei campi, nei viali
ovunque.
Accetto anche puzze
e sudori, ed umori.
Con quattro sensi soltanto
fatico a tirare il fine mese.
In debito di godimento nasale
chiedo continue dilazioni
alla banca del desiderio
dove le impiegate più belle
schiave di Chanel numero cinque
già mi guardano da sotto in su.
Sei un bambino piccolo. Potresti avere due, tre o otto anni. Non importa. I tuoi ti portano dagli zii. Ufficialmente, si va a trovarli. E' normale che si vada a trovare i parenti. Quando arrivi, ti invitano ad andare a vedere le galline nel vigneto. Ci vai. Torni. Dei tuoi genitori nessuna traccia. Ti hanno lasciato lì e sono scappati come dei ladri. La volta dopo sei già avvisato. Cerchi quindi di non lasciare la gamba di tua madre. Ma la nonna, o la zia, ti strappano da quell'amato ormeggio e ti prendono in braccio, mentre ti divincoli come un forsennato. Esperienze simili ne hanno fatte tutti i bambini.
Capita, quando la mamma sta male e deve andare in ospedale. O in altre occasioni tristi. Diciamo che, mediamente, ognuno di noi l'avrà fatta dalle tre alle dieci volte. Io la feci decine di volte. Diciamo che non ero gradito. Ho cinquantuno anni da qualche giorno. Finora, non ero mai riuscito a capire perché mi capitava puntualmente di lasciare un lavoro o un amore senza alcun motivo. Tutto ciò nasce da un sogno fatto oggi pomeriggio. Ero in una casa di campagna. C'erano telefonini sparsi ovunque, alcuni vecchi o rotti. Ad un certo punto il mio si metteva a suonare. Allora, senza ragione, prendevo in mano un cellulare tanto decrepito da non avere più i simboli sui tasti e premevo un grosso tasto rosso. Il mio cellulare smetteva di suonare. Poi arrivavano mia madre e tanti altri parenti. Anche bambini. Erano nei campi intorno ma non li avevo notati prima. Salivano su una station wagon blu come quella di mia sorella. Si stipavano dentro. Mi dicevano che mi avrebbero caricato appena passato il cancello. Invece se ne andavano senza di me.
La massa dei detriti della coscienza è inversamente proporzionale
alle invenzioni del sottostante decreto inconscio.
Quello che ti fa girare a destra anche se avevi solennemente deciso
di non farlo.
E più ti rimbocchi le maniche per arginare il fenomeno
più ti succede di dover ammettere
che non sai proprio come fermarlo
o, almeno, come frenarlo.
Quindi accetti, tuo malgrado, il compromesso
una parte di te si lascia guidare, l'altra tenta di capire dove stai andando
perché, a questo ci si arriva facilmente, non è detto che sarà un bel posto per viverci.
Mostrando insoliti pulsanti
la feci accedere al mio mondo interiore universale.
Ciò che vide, le piacque solo in parte.
Ma ormai era linkata.
Non sospettai allora
che il meccanismo fosse reciproco.
Lo seppi, amaramente, quando ilo suo virus
infettò il mio cuore.
Sopravvivo a una frequenza rallentata
milleventinove hertz, o giù di lì.
In queste condizioni, gira solo il sistema operativo d'emergenza;
nessuna connessione attiva, strappata la rete di amicizie e affetti.
Che posso fare? Niente. Attendere che un'altra unità
trovi il mio bottone di reset.
La nave sparpagliata sulla spiaggia
mentre il sole spadroneggia ovunque.
Un cambio favorevole
la vita qui
al posto di una vecchia biografia
invalidata dagli ultimi eventi.

Quel giorno, guidando come al solito verso casa, il dottor Ugo Lorenzi non era affatto allegro. In ufficio gli avevano prospettato un 2009 di sangue, sudore e lacrime. Gli affari delle aziende clienti stavano andando male, e questo avrebbe avuto un effetto dirompente sul fatturato dello studio di commercialisti nel quale lavorava da oltre dieci anni. Quindi, doveva dire addio alle solite vacanze in Kenya con la famiglia. Prima di entrare in autostrada, spense il cellulare. Non lo faceva mai, ma quella sera aveva bisogno di riordinare le idee.
Davvero, una situazione difficile. Paventava sopratutto la reazione della moglie, abituata a farsi due settimane al sole mentre a Milano l'inverno arrivava al culmine. Come spiegarle che non c'era niente da fare? Che bisognava accettare qualche sacrificio, con la speranza che in futuro gli affari tornassero a tirare? Accelerò un poco, per superare una Golf che oscillava pericolosamente tra il bordo strada e la corsia di sorpasso. Il traffico era sempre caotico, verso il fine settimana. C'erano camion che cercavano di fare l'ultima consegna prima dello stop forzato per il week end, auto già in marcia per la montagna, furgoni costantemente con la freccia fuori. Insomma, nulla di nuovo. Eppure, si sentiva a disagio in mezzo a quella confusione. Aveva davanti ancora una ventina di chilometri, e gli parevano centinaia.
Uscì al primo casello e si infilò in una della tante strade di campagna che aveva percorso, da ragazzo, con la bici del padre e la canna da pesca sulla spalla. Era molto che non vedeva quei posti. A parte le rotatorie, non erano cambiati. I filari di pioppi si alternavano ai campi arati, con la bella terra scura che ogni anno sapeva produrre quintali di mais, grano, tabacco. Gli faceva bene ritrovare il paesaggio dei suoi anni migliori, quando poteva fantasticare libero su tutto. Ricordava ancora di aver desiderato di diventare un musicista, poi un pilota di jet, un cantante rock, un archeologo... Si riscosse sul rettilineo che portava dritto al portone di casa. “Mah, che sarà mai” pensò, “al massimo si fa una litigata. Pazienza. Vorrà dire che mi terrà il muso per un paio di giorni”. Schiacciò il pulsante dell'apri-cancello e pochi istanti dopo era in garage. Prima di entrare in cucina, decise che avrebbe parlato alla moglie solo dopo cena. Non gli andava di farsi sentire dai bambini mentre discuteva di tagli ed economie.
Mangiarono come al solito, con la tv accesa, perché volevano vedere i filmati dove gli animali sembravano tanti clown, e ne combinavano di tutti i colori. Alle dieci, come al solito, dovette faticare per mettere a letto i figli. E pensare che ai suoi tempi lo mandavano in branda subito dopo carosello. Quando finalmente la casa fu tranquilla si risolse a fare la cruciale dichiarazione che gli avrebbe alienato la simpatia di Clara almeno per una settimana. Lei lo ascoltò con calma e attenzione, poi sembrò prender fiato per una lunga replica. Qui viene il bello, perché ciò che disse suonò piacevolmente imprevisto: “Avevo già intuito che per quest'anno le vacanze potevano saltare. Non sono mica scema. Li leggo anch'io i giornali. Ma non devi crucciarti. Anzi, ti ricordi i Salteri di Centa San Nicolò? Mi hanno chiamato per farci gli auguri. Siamo stati al telefono un'ora buona e ci hanno invitati ad andar su in montagna, nella loro malga riattata che a loro non serve. Lo sai che a me la montagna non piace, comunque, pur di portarci i ragazzi mi accontento.”
Ugo Lorenzi si sentì immediatamente sollevato. Nessuna guerra in famiglia. Niente barricate. Nulla di nulla. L'unica cosa che lo turbava ancora, era di dover passare ben quindici giorni in un paesino dove non c'era il benché minimo svago. Ma, come si dice, di necessità virtù. L'indomani, caricò la famiglia ed i numerosi bagagli sull'auto (e quella fu la volta in cui credette finalmente di aver fatto bene a prendere un SUV). Guidando piano, prese la via del Trentino Alto Adige, con i bambini che guardavano estasiati i picchi altissimi affacciati ai due lati dell'autostrada. Fece un paio di fermate tecniche in autogrill, infine depositò il gruppo in un posto che somigliava parecchio ad un presepe, con la neve alta mezzo metro e le case di legno illuminate da candele accese.
Aveva immaginato di annoiarsi, ma tra battaglie a palle di neve, pupazzi, lunghe passeggiate in mezzo ai boschi e racconti davanti al camino, non ebbe tempo per sbadigliare. La crisi gli aveva restituito il piacere stare con i suoi cari, di giocare senza preoccuparsi dei commenti altrui, persino di raccontare favole ai bimbi prima di dormire. Sulla strada del ritorno, si fece mentalmente una solenne promessa: mai e poi mai avrebbe sacrificato ancora il tempo a far soltanto soldi. Ora sapeva che vivere è molto, molto di più.